“Nun ci rumpiri i Cabbasisi”, “livarisi dai Cabbasisi,” sono espressioni che, grazie al genio letterario di Camilleri, sono ormai a tutti comprensibili.
Ma da dove deriva l’allusione ammiccante? La sua origine risale al termine Cabbasisa, per comprendere il quale bisogna fare ricorso al vocabolario arabo. I cabbasisi altro non sono che “il libero adattamento in lingua siciliana” della parola araba habb haziz; la parola habb significa bacca ed haziz dolce.
I cabbasisi sono dei piccoli tuberi dal sapore dolciastro con un retrogusto ed un odore simile a quello delle mandorle amare e delle noci.
Il ritrovamento di resti di tuberi del Cyperus esculentus (questo il nome scientifico) nelle tombe dell’Antico Egitto, testimonia che questa pianta ha una storia di coltivazione di almeno 4000 anni. Insieme al Cyperus papyrus col quale si produce il papiro, è stata una delle prime piante coltivate nella Valle del Nilo.
È una storia millenaria dal sapore dolce. Un tubero il cui nome ci giunge grazie alla sua forma e alla sua associazione alle parti intime dell’uomo che la coltivó e la portó fino in Europa e ai giorni nostri.
Svelato l’arcano, adesso godiamoci il viaggio.
I Cabbasisi sono sfere opulente che dell’antica pianta portano il nome e la sostanza.
Tutto ha origine da un nobile stravagante e i suoi vizi. Pare che il primo a chiedere di non avere rotti i cabbasisi, fosse un nobile siciliano piuttosto eccentrico. L’aristocratico aveva piantato un paio di esemplari di Cyperus esculentus nel giardino della sua residenza estiva, in un luogo a lui molto caro, vicino a un albero secolare dove lui amava leggere e fumare il sigaro. Per tenere lontano chiunque potesse turbare questa sua oasi di pace, aveva trovato un escamotage: attribuire alla pianta una certa delicatezza. Per tale ragione, il contadino Turi fu dunque designato a fiero custode degli antichi tuberi e con fare perentorio, a chiunque si avvicinasse, urlava: “Non rompete i Cabbasisi del Padrone!”





